Il teatro di Romeo Castellucci di nuovo al festival: prosegue la ricerca sul sacro

Il teatro di Romeo Castellucci di nuovo al festival: prosegue la ricerca sul sacro

Spettacolo allo Stabile e un seminario l’indomani per incontrare e discutere con gli autori

Con il ritorno del teatro di Romeo Castellucci nel cartellone della decima edizione, il Città delle 100 scale festival continua nel percorso di ricerca sul sacro e sugli ambienti della vita – quotidiana, sociale, culturale – che camminano sul limitare di questo tema. Per questo l’appuntamento con il nuovo lavoro di Castellucci si svilupperà in due momenti: venerdì lo spettacolo al teatro Stabile e l’indomani un seminario in cui il pubblico potrà incontrare l’autrice del testo messo in scena a confrontarsi con l’idea alla base di uno spettacolo sicuramente per molti versi spiazzante. Appuntamento venerdì 12 ottobre alle 20.30 al Teatro Francesco Stabile di Potenza con SUL CONCETTO DI VOLTO NEL FIGLIO DI DIO di Romeo Castellucci, con Gianni Plazzi, Sergio Scarlatella, Andrei Benchea, Vito Matera, Silvano Voltolina. Sabato 13 ottobre presso lo Spazio K in largo D’Errico a Potenza alle 16.00 appuntamento con il seminario IL VERBO SI FA CARNE. SUL TEATRO DI ROMEO CASTELLUCCI con la drammaturga e critica teatrale Piersandra Di Matteo. Questo incontro si svolge nell’ambito del cartellone dell’Autunno letterario del Comune di Potenza In questa produzione Castellucci non si sottrae al rischio del duro confronto con lo spettatore che non si accontenta della “comodità” dello sguardo seduto in poltrona. Del resto non sono “agevoli” i temi che Castellucci affronta. A dominare la scena, il ritratto del volto di Cristo, che ricopre interamente lo sfondo del palcoscenico: è il volto del Salvator Mundi di Antonella da Messina, che richiama i canoni della tradizione iconografica del volto di Cristo benedicente. Castellucci pone al centro il volto di Gesù, Dio e Uomo, per ri-metterlo alla prova dello sguardo. Quel volto scruta silenziosamente tutti i protagonisti e gli spettatori, trasmette dolcezza e inquietudine per una umanità che s’interroga su se stessa e sulle profonde contraddizioni che l’attraversano. Sul palcoscenico si svolge il rapporto tra un padre, ormai alla fine dei suoi giorni, allettato, e un figlio che se ne prende cura, nel tentativo di raccogliere ciò che resta, una eredità che è nello stesso tempo una perdita. L’opera è declinata in performance diverse, in opere autonome pur collegate dalla stessa tensione. Tutto il percorso si svolge in una modalità iperrealistica, coinvolgendo tutti i sensi compreso l’olfatto colpito dalle scariche corporali dell’anziano in un’ambientazione in cui si consuma una vita, una relazione, una speranza, testimonianza dell’impotenza dell’umano e del divino nei confronti del male, della decadenza, della morte. Si svolge un gioco tragico e come insegna la tragedia attica bisogna – afferma l’autore – “fare un passo indietro: rendersi disumani per potere meglio comprendere l’umana fragilità”.